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Protettore dalla Grandine


immagine ingrandita Chiesa di San Grato (apre in nuova finestra) Nel novero delle più antiche chiese sizzanesi va posta anche quella di San Grato, oggi sconsacrata e in parte demolita. Mentre Santa Maria era ubicata all'angolo nordovest della villa tardomedievale, San Grato fu edificata proprio all'ingresso occidentale del paese, presso il ponte sulla Canturina e sulla Mora, che per lungo tratto scorrono parallele e vicinissime. La posizione della chiesa fa pensare che essa sia sorta ormai verso la fine dell'età medievale, quando la "strada novarese", che tra Briona e Romagnano costeggiava la Roggia Nuova (divenuta poi la Mora), aveva preso il posto delle più antiche e tortuose strade di collina e di "sottoronchi" nella rete viaria tendente dal capoluogo alla Valsesia.
Il maggior passaggio di uomini, di vetture e di animali si ebbe allora lungo questa importante arteria che correva interamente in pianura secondo un tracciato pressochè rettilineo; anche i centri abitati subirono in quel tempo la tendenza a disporsi lungo la nuova strada, sul cui percorso vennero costruiti anche chiese e oratori.
immagine ingrandita Chiesa di San Grato (apre in nuova finestra) L'architettura dell'edificio, a tre navate absidate sorrette da ampi e bassi arconi a tutto sesto impostati su tozzi pilastri laterizi, illuminata da un grande oculo in facciata e con cornici di mattoni decorate da un motivo ad andamento triangolare sull'unica abside rimasta, fa pensare a uno stile di passaggio dal romanico al gotico. San Grato svolgeva il duplice compito di vigilare l'accesso occidentale del villaggio e di offrire riparo e sosta ai numerosi viandanti. La scelta del santo titolare obbediva ai bisogni e alle attese della gente di campagna, che ricercava protettori celesti per tutte le occasioni significative della vita e per le attività umane.
San Grato vescovo di Aosta, era generalmente invocato contro la grandine: non per nulla il suo nome, sulla bocca del popolo era spesso storpiato in Grando con evidente richiamo alla sua funzione ausiliatrice. Il suo patrocinio era ritenuto efficace anche contro i danni improvvisi del fulmine.
Il più antico documento che ricordi la chiesa pare essere un atto del dicembre 1564, che menziona una casa di donna Stefanina Cattaneo posta propi ecclesiarn Sancti Grati;
L'edificio sacro tuttavia è più antico di circa un paio di secoli, mostrando caratteristiche gotiche nella decorazione laterizia dell'unica abside oggi rimasta. Vi era istituito un beneficio chiericale con obbligo di una messa settimanale che era celebrata dal prete Rocco Comero.
La vicinanza dei due corsi d'acqua (la Canturina e la Mora) fu sempre deleteria per la chiesa. Già a fine Cinquecento si notava immagine ingrandita Chiesa di San Grato (apre in nuova finestra) che l'umidità corrompeva le pareti specie presso l'altare, e che l'intero edificio era invaso dalle acque durante gli straripamenti frequenti. Le tre navate non avevano nè soffitto nè pavimento: il tetto necessitava di urgenti riparazioni: per questo il Canonico Zucchinetti, a nome del vescovo Cesare Speciano, consigliava di avviare la costruzione delle volte e del lastrico un po alla volta, dividendo le spese a metà tra il sacerdote beneficiato (un canonico di San Gaudenzio di Novara) e il Comune locale, proibendo frattanto la celebrazione della messa.
In considerazione della gran devozione che il popolo nutriva per San Grato, si cercò di evitare per lo meno danni maggiori all'edificio, e così verso il 1594 fu murata la porta grande in facciata per impedire che le acque della Canturina penetrassero in chiesa, mantenendo aperto un accesso laterale. L'interno però restava sordido e rude. In quell'anno fu messa agli atti per la prima volta la tradizione popolare secondo la quale San Grato sarebbe stata anticamente chiesa parrocchiale: non abbiamo rinvenuto riscontri positivi per questa tradizione, ma possiamo affermare che analoghe notizie circolavano a quell'epoca circa altre antiche chiese nei paesi vicini. Il popolo, in pratica era portato a pensare che chiese di dimensioni ragguardevoli e di immagine ingrandita Chiesa di San Grato (apre in nuova finestra) più o meno grande antichità avessero svolto in passato funzioni parrocchiali: non è detto che sempre ci si ingannasse a questo proposito, anche se è più facile pensare che in tal modo si tramandasse semplicemente il ricordo della assidua frequentazione di una chiesa e, magari, della presenza di un cappellano che vi celebrava con regolarità. La notizia, non fondata, che San Grato fosse stata la prima parrocchiale di Sizzano, tuttavia fu accolta nel 1886 da monsignor Luigi Maggiotti nel suo volume di ricerche storiche, e da allora recepita come vera.
Restauri radicali furono svolti attorno al 1620: il tetto venne rifatto, le tre navate ebbero finalmente il loro pavimento, le pareti furono intonacate, le navate laterali innalzate in modo da raggiungere gli spioventi di quella centrale, alla navata nord vennero aperte tre ampie finestre rettangolari. A quegli intenti risale probabilmente la grande finestra di tipo termale aperta sopra l'arco dell'abside maggiore e più recentemente murata per motivi di statica. Ai lavori concorse anche il Seminario di Novara, al quale era stato unito il beneficio di San Grato. La ripresa della celebrazione della messa nella chiesa portò la necessità di dotarla di paramenti opportuni e di una piccola sacristia, che venne ricavata verso il 1670 chiudendo l'absidiola della navatella meridionale.
Anche San Grato fu beneficato dall'arciprete Cado Francesco Giuppini, che con il suo testamento del 1735 gli destinò un campanello «per sonarvifuori di chiesa la santa Messa che deve ivi celebrasi»: il sacerdote avrebbe desiderato fare di più, lasciando 300 lire per ricostruire l'abside maggiore, ma il Seminario di Novara (possessore del beneficio) non diede il proprio assenso al progetto.
Dopo un altro periodo di abbandono, la fine del Settecento segnò un breve ritorno di attenzione anche per questa chiesa. Nel immagine ingrandita Chiesa di San Grato (apre in nuova finestra) luglio 1791 il Consiglio Comunale deliberò di restaurada, avendo ricevuto una cospicua offerta da un privato; l'insigne benefattore era il sizzanese Giovanni del Ponte. I lavori si conclusero entro un anno, così nel settembre 1792 l'oratorio fu riaperto con solenni celebrazioni.
Date le sue dimensioni. San Grato poteva servire come succursale della parrocchiale, specie quando questa doveva restar chiusa per lo spurgo dei sepolcri che vi si trovavano. Diverse suppellettili smesse dalla chiesa di San Vittore, inoltre, vi erano state portate: così già nel 1719 vi fu trasferito l'antico fonte battesimale risalente al 1574, che venne adattato ad acquasantiera: ai primi dell'Ottocento vi fu collocata in una nicchia presso l'altare maggiore la statua antica della Madonna del Rosario che si era venerata nella chiesa principale fino al 1760.
Il X1X secolo, che non fu troppo favorevole agli enti ecclesiastici e ai loro edifici, non risparmiò neppuire San Grato. Nel 1835, manifestatasi una grave epidemia di colera, il Comune informava il vescovo Giuseppe Morozzo di aver destinato l'oratorio e l'annessa casa (propria del beneficio di Santa Marta) a ospedale per i colerosi. Dal quel momento la chiesa fu progressivamente ridotta a usi profani; definitivamente sconsacrata, venne poi affittata a un falegname che vi tenne bottega e laboratorio. Nel nostro secolo, destinata a precario locale di proiezioni cinematografiche e poi a sede del peso pubblico, fu persino privata di due delle tre absidi, quella maggiore e quella settentrionale, e alterata nelle strutture murarie.
L'interno, in parte tramezzato per ricavarvi ambienti di uso diverso, conserva ancora alcuni affreschi. Nell'absidiola immagine ingrandita Chiesa di San Grato (apre in nuova finestra) meridionale (trasformata anticamente in sacristia mediante una parete divisoria verso la navata) si vede ancora il Cristo dipinto al centro del semicatino, mentre alla parete si leggono ancora abbastanza bene le figure che componevano un suggestivo e popolaresco presepio: bella, soprattutto nell'incarnato, la Madonna in adorazione ai piedi il Bambino posato sul fieno; un'altra figura (forse San Giuseppe) si affaccia alle spalle della Vergine da una capanna di legno e paglia, mentre una santa sta in atteggiamento adorante, con le mani incrociate al petto, alla destra; completano la graziosa scena la figuretta di un pastore, il cui volto stupefatto si affaccia dietro una quinta rocciosa, e le pecorelle del suo gregge sparse sul prato che funge da sfondo.
Mentre il Cristo benedicente effigiato sul semicatino pare essere più antico, almeno nel disegno, il presepio è invece opera della fine del Quattrocento, dai moduli tipicamente locali.
Altre pitture, secentesche, si vedono allepareti: un San Lorenzo e una Santa sopra l'arco trionfale della navata centrale, un San Rocco tra il primo e il secondo arcone verso nord.
Oggi il Comune, con il benestare della competente Soprintendenza ai Beni Artistici intende avviare al più presto il recupero della ex chiesa, per conservarne la testimonianza storica e artistica e per utilizzarne il locale a fini culturali.
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