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Da Oratorio pubblico a Cappella privata


immagine ingrandita Oratorio di S.Rocco (apre in nuova finestra) Espressione di una devozione e di un'ansia di protezione soprannaturale manifestate dall'intera comunità è pure la chiesa di San Rocco.
Prima dell'attuale, un altro oratorio esisteva nel suo medesimo luogo, edificato quasi a sorvegliare l'ingresso del paese verso Fara in direzione di Novara. In tal modo i tre accessi del villaggio erano affidati alla protezione celeste mediante la costruzione di tre luoghi sacri: Santa Maria a settentrione, San Grato a occidente, San Rocco a meridione.
All'origine della devozione a San Rocco ci dovette essere sicuramente il flagello di un'epidemia (in genere si trattava di peste, ma non esclusivamente) abbattutasi sugli abitanti del paese, oppure il ringraziamento per averla miracolosamente evitata.
L'epoca non è nota, ma si può collocare tra la fine del Trecento (San Rocco secondo la tradizione morì ad Angera, forse verso il 1327) e la metà del Quattrocento (il culto del santo è attestato per la prima volta in Provenza attorno al 1420, subito dopo nell'Italia padana).
immagine ingrandita Oratorio di S.Rocco (apre in nuova finestra) Per il Novarese può servire da utile riferimento l'anno 1485, nel quale la città di Novara fece voto di costruire una chiesa in onore di San Rocco, per essere stata liberata dalla peste nell'anno precedente grazie alla sua intercessione.
E' certo che già nel 1566 qui a Sizzano esisteva una cappella dedicata al santo, posta "prope et extra portam desuptus terram Siciani", ossia "presso e fuori la porta meridionale della terra di Sizzano" (cioè dove sorge la chiesa attuale). Nel dicembre di quell'anno la cappella e il suo beneficio (dotato con un prato in località detta all'Ongio) erano assegnati al prete Rocco Comero. Come apprendiamo da atti del 1603 e del 1618, si trattava di una cappelletta aperta ad arco, priva di cancelli, con altare spoglio, pareti rudi e tetto mal ridotto; qualche pittura ormai in cattivo stato si vedeva alle pareti. La piazzetta antistante era impropriamente usata dai vicini per ammassarvi lo strame, tanto che il vescovo Taverna dovette proibire a tale Battista Tognetto "che più non ardisca far rudo e stramare presso l'oratorio". A rinfocolare la devozione verso il santo fu tragicamente la mortale epidemia di peste bubbonica scoppiata in tutta la Pianura Padana tra il 1629 e il 1631, che ne decimò la popolazione.
Proprio nel cuore di quegli anni, tra la primavera e l'estate del 1630, i Sizzanesi tutti concordi riedificarono l'oratorio di San Rocco. Nell'aprile supplicavano il vescovo perchè concedesse il permesso di ricostruzione, "stando anche la calamità de' tempi'"; il lavoro necessario sarebbe stato prestato gratuitamente dagli abitanti del villaggio nei giorni festivi.
Qualche tempo dopo un altro memoriale informava il vescovo che l'oratorio era già quasi terminato, "restando solo da fargli li seragli, et alcune cose facili"; si chiedeva allora la licenza di potervi celebrare per la festa del santo, il 16 agosto e per tutta l'ottava seguente, dopo che il vicario foraneo avesse trovato l'edificio rispondente ai requisiti ecclesiastici.
immagine ingrandita Oratorio di S.Rocco (apre in nuova finestra) La data leggibile ancor oggi sulla parte più alta della facciata è proprio il 16 agosto 1630, giorno liturgicamente dedicato al santo.
L'altare venne ben presto dotato della tela raffigurante il Redentore, la Madonna e San Rocco, già presente nel 1649, la cui cornice lignea fu dipinta e dorata solo parecchi decenni più tardi.
Anche l'esterno fu decorato: nel 1652 la facciata era definita "magnifica etpolita con architettura in riguardo della chiesa". Dieci anni più tardi si posero le vetrate alle finestre. Una torricella con una piccola campana sorse sopra le volte del coro. L'area attorno all'oratorio era a quel tempo libera da edifici: le vigne ne lambivano le pareti, pochi passi a nord passava una carrale che saliva dolcemente in collina. Nei primi anni del Settecento però il conte Gerolamo Caccia, con progressivi acquisti, riunì nelle proprie mani tutti i terreni circostanti, formando con essi il grande parco della sontuosa dimora di campagna che si era fatto costruire a brevissima distanza. Già un secolo prima, in verità, i Caccia avevano iniziato a impossessarsi delle proprietà dell'oratorio di San Rocco: il signor Giovanni Battista Caccia aveva addirittura venduto, come se si fosse trattato di proprietà sua, una corte spettante invece a San Rocco; preso però da scrupolo, nel suo testamento del 14 marzo 1620 ordinava agli eredi di provvedere a un risarcimento.
Agli inizi del Settecento, invece, l'azione del conte Caccia di Camiano fu più determinata, e mirò alla costituzione del grande parco che ancor oggi fiancheggia gli edifici della villa Trivulzio di Rovasenda. L'attuazione del progetto comportò la deviazione della carrale (fatta passare più a sud, lungo il muro di cinta del parco) ma soprattutto l'assorbimento dell'oratorio di San Rocco entro i confini della proprietà nobiliare.
Prima del 1731 il conte, senza chiedere l'autorizzazione dell'autorità religiosa, aveva già appoggiato alle sue pareti un pergolato e una tettoia con diversi alveari e posto le fondamenta di una piccola sacristia comunicante sia con l'oratorio sia con la propria dimora.
Il fatto suscitò (tardivamente) le preoccupazioni dei Sizzanesi, che si rivolsero al vescovo, chiedendogli di intervenire per fermare la costruzione.
Il conte tuttavia riuscì nel proprio intento, ottenendo di aprire lateralmente all'altare dell'oratorio un vano, protetto da grata metallica, nel quale collocò sedili per poter ascoltarvi la messa con la propria famiglia, nonchè mantenendo la diretta comunicazione tra la sacristia e la propria casa.
La comunità di Sizzano inutilmente tentò altre volte di rivendicare i propri diritti sull'oratorio di San Rocco, di fronte ai successori del conte Girolamo Caccia (i conti Caccia di Camiano, poi i Trivulzio Caccia), i quali però conservarono le prerogative che i loro antenati avevano arbitrariamente acquisito.

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